La Ticosa: perché investire sulla riqualificazione dell’area

  • Pubblicato il Lun 30 Maggio 2022 alle 17:23

La parola Ticosa può avere significati diversi ed evocare vari sentimenti. Alla generazione più giovane, Ticosa suona come sinonimo di degrado urbano, di un pezzo di città lasciato lì per anni a marcire e ricorda un’area in lento sfacelo. La generazione di mezzo, quella che quando la Ticosa chiuse i battenti era troppo giovane anche solo per pensare al lavoro, ricorda la grande “fabbrica” che si estendeva occupando quasi tutta la zona occidentale della convalle, dalle cui ciminiere nelle giornate invernali usciva un denso vapore, ed i cui scarichi coloravano il lago vicino ai giardini pubblici. Cosa, esattamente, si facesse lì dentro i bambini degli anni settanta magari non lo sapevano: però oggi si ricordano quanto meno quei tubi che attraversavano la strada, i grossi Tir con la scritta “Ticosa” che non potevano non vedere in giro e le numerose insegne che, percorrendo la tangenziale, si sforzavano di leggere.

Ma il significato della parola varia anche in funzione della geografia: per chi immigrava a Como negli anni sessanta la Ticosa era un ambìto posto di lavoro, la sicurezza di un impiego con il quale mantenere la famiglia, un’occasione unica di riscatto sociale. Per i comaschi di allora, quelli che oggi fanno parte della generazione coi capelli grigi, era quasi motivo di orgoglio pensare che in città vi fosse un’industria così importante che con il proprio indotto svolgeva un ruolo di primo piano nell’economia di tutta la provincia e che, in fondo, era il simbolo della Como produttiva.

Quasi tutti, oggi, associamo invece – e giustamente – la parola Ticosa all’incapacità di progettare, per quaranta anni, la rinascita urbanistica di una consistente porzione di Como.

Sono cresciuto in un quartiere particolare di Como: Sant’Abbondio, quello della Ticosa. E in una zona del quartiere ancora più particolare perché era quella delle case della Ticosa, dove ho abitato coi miei genitori. Quattro palazzine dove vivevano solo lavoratori della Ticosa con le loro famiglie.

Insomma, ho un po’ di Ticosa nel mio DNA, se così si può dire.

Per questo vorrei che quell’area oggi dismessa potesse rinascere con strutture che siano di sviluppo per la città e che attraggano forze capaci di far risorgere quel vanto della città che all’epoca fu la famosa tintostamperia.

Chiaramente i tempi sono cambiati e oggi non si può pensare ad un insediamento industriale.

Prendete la parte nord della Ticosa, quella che va dalla Via Sant’Abbondio all’impianto di depurazione delle acque. Era Ticosa anche quella e fu venduta ai privati. Oggi lì, solo per fare degli esempi, c’è la sede della tv locale, un grande laboratorio di analisi, una nota palestra, due supermercati, oltre a tanti laboratori artigianali, la sede della CNA ecc… E’ una parte pulsante, attiva e viva della città dove ogni giorno comaschi e non si recano per lavorare e produrre, dare e ricevere servizi.

La parte sud, quella che va dalla Via Sant’Abbondio fino quasi a San Rocco deve diventare qualcosa di altrettanto vivo e pulsante, con l’insediamento di un hub della creatività che comprenderà spazi multifunzionali in grado di generare occasioni di lavoro per i giovani con un forte orientamento alla creatività, alla innovazione e allo sviluppo. Qualcosa di simile a Comonext, un gioiello che però non ha potuto trovare spazio in città.

Non si può ridurre tutto ad una spianata di parcheggi. Certo ci saranno anche i parcheggi perché occorrono e lo spazio a disposizione è tanto. Ma dalla Ticosa dovrà nascere una Como che guarda al futuro, un futuro che crei occasioni di sviluppo e lavoro e che attragga persone in città. Non solo: la Ticosa dovrà essere un modello di innovazione e tecnologia, con edifici che rappresentino lo stato dell’arte nell’autosufficienza energetica e nella capacità innovativa architettonica, con un recupero della Santarella che ha una naturale vocazione ad ospitare spazi culturali ed espositivi (se la biblioteca dovesse espandersi sarebbe forse la soluzione ideale). Qualcosa che duri nel tempo, che non invecchi e che potrà essere sempre attuale anche nel futuro.

Comprendo benissimo che noi comaschi, oggi, dopo 15 anni di lungolago fermo per i lavori delle paratie, siamo un po’ spaventati dai progetti ambiziosi e guardiamo magari con un po’ di diffidenza proposte come queste e che tutto il nostro vissuto precedente possa portare alcuni a preferire soluzioni più semplici ed immediate come una bella spianata dove far parcheggiare le auto, con qualche alberello disseminato qua e là.

Ma le soluzioni semplici e facili non sempre sono le migliori e nemmeno le più giuste. Como e i comaschi si sono letteralmente svenati, prima per acquistare quell’area e poi per bonificarla. Sono soldi pubblici che devono tornare in circolo con qualcosa che porti lavoro, sviluppo e crescita.

Nell’era digitale e del terziario avanzato quell’area deve essere restituita alla città come nuovo motivo di vanto ed orgoglio, quale fu la vecchia Ticosa nell’era industriale, deve pertanto tornare ad essere un polo di crescita per Como e per le iniziative imprenditoriali innovative delle quali i comaschi sono sempre stati capaci.

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